la Luce

Venezia è luogo della Luce.

Venezia vive di luce che, con liquidi riflessi, ne espande il magico fascino

e ne muta costantemente l’umore.


In questo scritto Giorgio Vascellari ci aiuta a comprendere il senso magico e autentico della luce

La Luce

La Luce è un ordine sonoro emesso dalla prima Parola: “Fiat lux” ovvero, la luce è un fenomeno originario strettamente connesso con il Verbo creatore e, quindi, con la permanente attualità delle musica delle sfere luminose che, in antico, quando più sottili erano i sensi, si poteva percepire nella stessa apparizione della luce. “In tutta fede viene narrato che si sente il tuono (sonum) dell’Astro nell’ascesa del Sole“-cosi riferisce Tacito e ancora oggi viene ricordato in alcune lingue dove l’etimo del sole rinvia alla sua sonorità (anglosassoni sun, sonne e lat. sonare) con una tentazione ermeneutica di avvicinare son: figlio, all’essenza creativa della luce; che la luce, infatti, sia la Potenza generatrice fondamentale è detto ovunque, in ogni tempo, e, soprattutto, nei sacri testi della Tradizione dove ne viene data la primordialità e, quindi, il suo essere origine, prima ancora dei fenomeni creativi, di quelli spirituali e interiori.

Se Aristotele dice che l’uomo nasce dall’uomo e da un raggio di Sole, ovviamente parla della paternità spirituale così come è, poi, intesa da Giovanni, nel primo capitolo del suo Vangelo, quando afferma che ogni uomo veniente al mondo è illuminato dalla vera Luce, quella che risplende nelle tenebre e da queste non è ricompresa. Giovanni precisa trattarsi della Luce di Vita che si ritrova nel Verbo, nello stesso Principio per e dal quale tutte le cose sono state create; Luce intelleggibile da cui procede ogni altra, così come, presso i greci, il principio della solarità, Àpollo, è distinto da Febo, sole visibile.

La Brhadaranyaka Upanisad egualmente distingue in modo chiaro la Luce metafisica da quella sensibile: “Quando lo spirito dell’uomo è sul punto di dipartirsi , allora vede nitidamente il disco del Sole: i raggi, infatti, non più gli fanno ostacolo” (Br. up.V,5,2). La stessa Upanisad afferma che il Purusha di lassù (principio universale dell’uomo), quello che si trova nel “disco del sole”, ed il Purusha che è nell’occhio destro dell’uomo, sono l’uno il sostrato dell’altro; il Purusha solare si manifesta attraverso i raggi e quello dell’uomo mediante i soffi vitali non essendo, quindi, due realtà separate, ma espressione di un unico principio spirituale, tant’è che, al momento del trapasso, l’essenza dell’uomo incontra il Volto del Sole nella nudità del disco non più oscurato dai raggi. E solamente chi è in grado di dire:

Io sono la Luce, Te stesso” riceve la risposta: “Entra, perchè Io sono quello che sei Tu e Tu sei quello che sono Io“(Jub.III, 14). “Quel principio che ha per corpo la Luce e regge dall’interno la Luce, quello è il tuo Atman, l’immortale interno reggitore“(Br.Up. 111,7,14). Gli stessi testi accennano all’Aurea Corda del Sole che sostiene e attraversa i mondi e le anime e il cui nome è quello della Bufera (tant’è che alla fine del ciclo si parla di rottura delle corde del vento). Namkhai Norbu, dal canto suo, ne “La medicina tibetana” spiega che “una precisa ragione cosmica ha spinto il ‘Vento solare” verso l’unione dello spermatozoo con l’ovulo secondo causa karmica dei genitori“.

Il Rg Veda testimonia la Luce dei mondi superiori, il cui pallido riflesso è quello degli astri, in questa splendida preghiera rivolta al morente:

“Il regno della Luce Inesauribile

donde deriva lo splendore del sole

a questo regno conducimi Eterno, Imperituro

dove vi è desiderio e compimento di desiderio

dove si vede l’altro lato del sole

dove vi è refrigerio e sazietà

lì concedimi di dimorare immortale.

La Luce dell’altro lato del Sole, secondo Nisargadatta, può sopraggiungere anche nel caso della illuminazione in vita; allora sorge all’improvviso, gloriosamente, in modo misterioso e abbagliante, del tutto inaspettata benché inevitabile, infinitamente intima e tuttavia sorprendente, al di là di ogni speranza eppure certissima. Si può aggiungere che la natura tutta intera è sollecitata verso l’uomo solare perché riconosce in lui il suo principio essendo tale uomo identificato al raggio centrale dell’astro, a quello su cui sono infilati tutti i mondi (tradizionalmente, il Sole è il gran tessitore ed è al filo della sua intelligenza che sono legati tutti gli esseri). Per Plutarco, ne “Il volto della luna”, la terra fornisce all’uomo il corpo, la luna l’anima e il Sole l’intelligenza. Nel nostro mondo sublunare -insegna ancora Plutarco- è il Sole che ha il ruolo essenziale di seminatore delle anime: il nous, infatti, è di origine solare, immortale, uscito dal Sole con il quale dovrà un giorno reintegrarsi. La discesa si effettua nel canale dei raggi solari che si proiettano nella luna da cui, poi, le anime sono condotte sulla terra, salva, infine, la loro ascesa cosmica verso l’isola beata del Sole quando “Le anime giuste attraverseranno l’aria in un lampo portate sui raggi della luce come su delle ali”. Analogamenatte, nella Chandogya Upanisad, il Sole è la porta dei mondi attraverso la quale ogni cosa passa dall’Essere all’esistenza e viceversa.

Platone, con medesimo simbolismo, afferma che il sole e le stelle sono i fori da cui filtra la Luce dei mondi superiori (e viene qui in mente il termine sanscrito Kha che significa vuoto, zero, nulla, ma anche sole!). Negli scritti di Platone, la cui dottrina più segreta è stata consegnata al solo insegnamento orale, ci sono, tuttavia, alcune tracce che indicano quella che doveva essere una sapienza della luce, di quella luce che si ritrova principalmente dentro l’uomo stesso cosicché l’universo intero sia proiettato nello spazio della sua luce interiore (il mondo, skr. loka lat. locus-luogo è cio che è visto per via della propria luce, lux con stesso etimo di locus), dottrina non diversa da quella esposta dagli ultimi eredi dell’Advaita Vedanta Ramana Maharishi e Nisargadatta Maharaji.

In Cratilo 409 a) il sole è il gran raccoglitore, donde il suo nome che significa Colui che raccoglie le cose disperse, quindi loro centro e, per tale via, assimilato all’Intelletto e al fuoco interno; da qui un simbolismo che ricorda quello Upanishadico dei due Purusa: -Gli dei, insegna Platone nel Timeo, fecero in modo che il fuoco interno “fuoco genuino e puro”, fratello di quello esterno, scorresse dolcemente e ininterrottamente attraverso gli occhi, che, prima di tutto, furono congegnati “portatori di luce“(non ricevitori!) e utili per ogni provvidenza dell’anima avendo la funzione di guidare e dirigere. E, continua Platone, quando si chiude quel riparo che gli dei seppero congegnare a beneficio della vista (le palpebre intese come capacità di chiudere l’attenzione al mondo per volgerla all’interno) queste palpebre dentro rinserrano la potenza del fuoco, elemento, quindi, in connessione con l’aspetto più intimo dell’essere; il tutto nel contesto di una metafisica della visione e degli occhi che ricorda il sacrificante Vedico pronto a barattare il suo occhio con quello del sole e la sua sostanza con quella divina. La potenza del fuoco dentro l’uomo, in oltre, richiama l’upanishadico aureo uccello residente nel cuore, centro dell’uomo, e, quindi, punto di riflessione dell’intelletto solare e dimora del Purusa.

Che la luce sia il supporto dell’Intelletto e, nell’uomo, anzitutto fuoco interno e capacità visionaria è testimoniato da ispirati santi e poeti con la loro immaginazione creatrice sempre nuova per via della assoluta “novità” dello spirito in ogni momento del suo manifestarsi. Evagrio Pontico assicura che l’Intelletto non solo è Luce, è raggiante, ma, in certe condizioni, è in grado di vedere la sua stessa luce (il realizzato assume, talvolta, quella consapevolezza autorifulgente che si muta in trasfigurazione o, ancora più in là, in trasformazione, letteralmente passaggio oltre la forma, in un carro di luce, circostanza che fa venire in mente casi recenti, testimoniati da Namkhai Norbu al riguardo di alcuni suoi parenti, scioltisi nel nulla, del loro corpo fisico, dopo una vita dedita alla preghiera e alla meditazione all’interno di una grotta, non essendo rimasti altro che residui di unghie e capelli..

Il 14 Aprile 1950, alle ore 8 e 47, e cioè nello stesso momento in cui Ramana Maharishi lasciava questo mondo, si vide una cometa attraversare lentamente il cielo, passare sopra la vetta del sacro monte Arunacala e sparire (in Mahadevan: Ramana Maharishi il saggio di Àrunacala). Come non pensare alla luce albeggiante del seme antico che arde di là dal cielo, alla Luce suprema che è dio tra gli dei, Surya Sole metafisico di cui parla la Chandokya Upanisad in 3 XVII 7 ?- o a quell’aureo uccello residente nel cuore, centro dell’uomo, punto di riflessione dell’Intelletto solare e dimora del Purusa il quale, al momento del trapasso, spicca il volo come una immortale scintilla di luce? Il realizzato -dice l’upanishad- nell’altro mondo, immerso nella beatitudine della luce, sarà splendente e come corpo avrà lo spazio (digambara: vestito di spazio). Il sacerdote delfico Plutarco, dal canto suo, assicura essere l’anima un soffio ardente e infuocato proprio perché deriva la sua essenza dal Sole, così come direttamente dal Sole -è detto ne “la vita di Numa”- avviene la accensione del fuoco sacro. Plutarco spiega così bene l’importanza del Fuoco, elemento vivo e purificatore, la cui sola presenza è guardiana contro ogni influenza negativa, agente stesso della grazia nei culti degli Antichi, da far capire cosa intendessero i romeni nel dire che era entrato l’Anticristo nella chiese quando il genuino cero, datore del fuoco vivente, fu qui sostituito dalla parodia della morta lampada elettrica (riportato da Mircea Eliade). E come la luce della fiamma rende viva l’atmosfera tutt’intorno conferendole una qualità arcana e richiamando presenze benefiche, così pure dà modo di scendere dentro se stessi, nella propria luce, perchè, come dice Castaneda. La luminosità esterna attrae quella interna, la afferra e la fissa: e questa fissazione è la consapevolezza, consapevolezza che -si potrebbe aggiungere- sorge da quel medesimo elemento igneo che si trova, a livello sottile, nel cuore dell’uomo (in inglese dallo stesso etimo derivano Heart: cuore e hearth: focolare sacrificale!) e che i sensi proiettano fuori; da un punto di vista tradizionale, infatti, gli oggetti dei sensi sono impliciti nelle potenze che li percepiscono per cui bisogna riconoscere, appunto mediante la consapevolezza, tutto ciò che si vede come un riflesso della propria coscienza. E, soprattutto, avere la capacità di cogliere la bellezza, la cui natura è quella di risplendere, nella trasparenza fondamentalmente implicita nella autoluminosità del Sè. E la luce dona la bellezza insieme con la forza della Ascesa perché -ricorda Simone Weil- regnano sull’universo due potenze: Luce e gravità. Richiamo verso l’alto percepito - si diceva- da poeti santi e visionari: dal Rig Veda dove il sole è il soffio degli angeli a Rimbaud che parla dei polmoni ardenti del sole; Pessoa che, nell’ora centrale, coglie il sentimento indefinibile dell’alta marea immobile di luce diffusa; la sensazione dell’eternità così espressa in un haikù “nel sentiero di montagna sospeso tra il profumo dell’aria e la luce del Sole“; Octavio Paz che vede il sole come un ragno scintillante (sole che tesse il mondo per cui tutte le parti dell’Universo sono collegate in modo intimo e immediato dalla ragnatela dei suoi raggi, mentre le cose sembrano esistere come mero pretesto della sua luce). Ma chiunque vede è attraverso il proprio raggio che vede e questo raggio riflesso nel centro del cuore è il medesimo del Sole e, quindi, la realtà è la propria intima predisposizione. Guenon -in un altro ma analogo contesto- dimostra che, in fondo, un essere non può ricevere dal di fuori che semplici “occasioni” per la realizzazione in modo manifestato delle virtualità che porta già in se stesso.

E dal canto suo, Chuang-Tzu chiama perfezione del vedere non vedere gli altri ma se stessi! Si potrebbe dire: “che io possa riconoscere tutto ciò che vedo come un riflesso della mia coscienza“. I desti vedono il mondo come una allucinazione collettiva ed assicurano essere l’uomo ad aver creato l’ambiente con una specie di cristallizzazione esteriore della sua coscienza. Oltre l’illusione, letteralmente l’essere dentro un gioco (in-ludere) nella arcana fascinazione di specchi che si rinviano all’infinito -l’un l’altro- i riflessi, l’unica cosa necessaria è volgere lo sguardo alla fonte da cui deriva la luce che attraversa tutti i mondi e assimilarsi al raggio centrale del Sole supremo, grande scintilla incandescente che dimora nel nostro cuore e non è niente altro che il “Conosci te stesso”, secondo l’antico invito che Buddha formula con un :”Siate Luce a voi stessi”.

Giorgio Vascellari

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